CAPITOLO 5: Risoluzione e conseguenze
Il cessate il fuoco del 10 giugno 1967 non fu tanto una fine quanto una pausa, un respiro tra una tempesta e l'altra. Nel silenzio surreale che seguì, il mondo sembrava trasformato. Lungo le rive del Canale di Suez, i soldati israeliani avanzavano attraverso la nebbia di gasolio bruciato e polvere da sparo, con gli stivali che affondavano nel fango smosso dall'artiglieria. Guardavano dall'altra parte dell'acqua i relitti contorti dei veicoli egiziani, il fumo acre che saliva dalle trincee abbandonate, l'aria densa dell'odore di cordite e del leggero sentore di rame del sangue. Il terreno era disseminato dei detriti della guerra: fucili in frantumi, uniformi strappate, stivali senza proprietari. Per molti, la vittoria era surreale quanto la devastazione. L'adrenalina della battaglia persisteva, mescolandosi alla stanchezza e alla tormentosa incertezza di ciò che sarebbe potuto accadere dopo.
In Cisgiordania e a Gaza, le strade si trasformarono in fiumi di sfollati. Colonne di profughi si muovevano sotto un sole spietato, con i piedi pieni di vesciche e i volti striati di polvere e lacrime. Alcuni spingevano carretti a mano carichi di coperte e valigie malconce; altri tenevano per mano i bambini, lanciando sguardi ansiosi verso l'orizzonte dove ancora rombavano le colonne di carri armati israeliani. L'aria era piena del rombo sordo dei motori, delle grida dei bambini e del ronzio incessante delle mosche. Ogni passo portava con sé il peso dei ricordi abbandonati: foto di matrimoni lasciate sui muri, agrumeti incolti, chiavi di porte che non si sarebbero più aperte. Nei campi sorti dall'oggi al domani, l'odore di sudore e paura si mescolava al fumo della legna, mentre le famiglie si stringevano sotto tende improvvisate, aggrappandosi al poco che era rimasto.
La Città Vecchia di Gerusalemme, ora sotto il controllo israeliano per la prima volta in quasi due decenni, appariva unita ma profondamente segnata. I vicoli stretti riecheggiavano dei passi di soldati e civili, alcuni venuti a pregare, altri a piangere i propri cari. Al Muro Occidentale, i paracadutisti israeliani premevano le mani tremanti contro le antiche pietre, le uniformi macchiate di polvere, sudore e sangue dei compagni caduti. Intorno a loro, le ferite della città erano visibili: muri crivellati di proiettili, vetrine dei negozi in frantumi, il profumo persistente del fumo dei recenti scontri a fuoco. Nei quartieri armeno e musulmano, le famiglie piangevano i propri cari perduti, l'aria era pesante di incenso e del dolore dei lutti. L'atmosfera era di un trionfo inquieto, un giubilo temperato dal dolore fresco del lutto.
Per Israele, la portata della vittoria era senza precedenti. In sei giorni, le forze israeliane avevano conquistato la penisola del Sinai, la Striscia di Gaza, la Cisgiordania, Gerusalemme Est e le alture del Golan. La mappa stessa del Medio Oriente era cambiata dall'oggi al domani. L'euforia aveva conquistato la popolazione israeliana; celebrazioni spontanee erano scoppiate a Tel Aviv e Gerusalemme, le strade si erano riempite di canti, balli e lacrime. Al Muro Occidentale, le preghiere si levavano verso il cielo, mescolando gioia e lutto. Eppure, in mezzo ai festeggiamenti, non c'era famiglia che non fosse stata colpita da una perdita. Oltre 700 soldati israeliani erano caduti, ognuno di loro un figlio, un fratello, un amico. Nei piccoli centri e nei kibbutz arrivavano telegrammi con cattive notizie; le madri piangevano dietro porte chiuse mentre i vicini portavano cibo e sedevano in silenziosa solidarietà. Il prezzo della vittoria era alto e, anche se le bandiere sventolavano, le ferite della perdita erano profonde.
Per gli Stati arabi, la sconfitta portò devastazione e umiliazione. Al Cairo, le strade si riempirono di una folla sbalordita e arrabbiata mentre si diffondeva la notizia della disfatta dell'esercito. Gamal Abdel Nasser, di fronte al crollo delle forze egiziane e alla perdita del Sinai, rassegnò le dimissioni. Lo shock della sconfitta fu così grande che la folla si riversò nelle strade, chiedendo che restasse, a testimonianza tanto della disperazione quanto della lealtà. Ad Amman e Damasco, i governi vacillavano, alle prese con la rabbia e la frustrazione dei loro popoli. Le rovine delle postazioni siriane e giordane fumavano ancora, la terra era solcata dai proiettili e disseminata dei resti della battaglia: elmetti, borracce e, troppo spesso, i corpi di giovani uomini. Gli eserciti di Egitto, Siria e Giordania erano distrutti: carri armati abbandonati nel deserto, soldati che tornavano a casa a piedi, uniformi strappate e volti scavati dalla sconfitta.
Il costo umano della guerra non era più visibile che tra i rifugiati palestinesi. Centinaia di migliaia di persone furono sradicate ancora una volta, molte per la seconda o terza volta dal 1948. Nei quartieri devastati di Gerusalemme Est e nei vicoli affollati di Gaza, le famiglie cercavano disperatamente i propri cari scomparsi, i volti dei dispersi affissi sui muri e sui pali del telefono. Nei campi profughi, i bambini faticavano a dormire, tormentati dal rombo dell'artiglieria e dai lampi accecanti dei bombardamenti notturni. Gli operatori umanitari si muovevano tra le tende, distribuendo pane e acqua, ma la speranza era scarsa. Il trauma della fuga aleggiava in ogni gesto: padri che fissavano con sguardo assente l'orizzonte, madri che cullavano i neonati contro il petto, cercando di placare paure che non sapevano nominare.
Le conseguenze portarono con sé nuove ferite. Emersero notizie di esecuzioni sommarie e misure severe inflitte ai prigionieri. Nel caos, alcune unità israeliane, sopraffatte e timorose degli attacchi della guerriglia, imposero rigidi coprifuoco, demolirono case sospettate di ospitare militanti e radunarono giovani uomini per interrogarli. Nelle strade distrutte di Gaza e della Cisgiordania, il risentimento ribolliva sotto la superficie. La resistenza divampò nei giovani che lanciavano pietre, nei graffiti rabbiosi scarabocchiati sui muri, nelle storie sussurrate di rappresaglie e vendette. L'occupazione non era semplicemente una realtà militare, ma era diventata una lotta quotidiana per la dignità e la sopravvivenza.
A livello internazionale, le onde d'urto della guerra si propagarono all'esterno. L'Unione Sovietica interruppe le relazioni diplomatiche con Israele in segno di protesta; gli Stati Uniti, nel frattempo, si trovarono coinvolti sempre più profondamente nella intricata politica della regione. A New York, le Nazioni Unite convocarono riunioni urgenti, cercando una via per la pace. Fu approvata la risoluzione 242, che chiedeva il ritiro di Israele in cambio di confini sicuri e del riconoscimento, una formula che avrebbe perseguitato gli sforzi diplomatici per decenni. In tutto il mondo, i giornali discussero la legalità e la moralità delle conquiste di Israele, mentre la difficile situazione dei palestinesi divenne un grido di battaglia. Il mondo osservò mentre le linee sulla mappa diventavano nuove frontiere di conflitto, non di pace.
All'indomani della guerra, la posta in gioco rimaneva alta e la tensione ininterrotta. La Lega Araba emanò la sua famosa dichiarazione da Khartoum: "Nessuna pace con Israele, nessun riconoscimento di Israele, nessun negoziato con Israele". I confini tracciati a giugno divennero linee di scontro, e la promessa di riconciliazione si allontanava sempre più con il passare degli anni. L'occupazione della Cisgiordania e di Gaza non divenne una soluzione, ma il crogiolo di un conflitto che avrebbe plasmato generazioni.
Eppure, in mezzo alla devastazione, c'erano barlumi di umanità. Negli ospedali da campo, medici israeliani e medici egiziani catturati lavoravano fianco a fianco, con le mani sporche di sangue, mentre lottavano per salvare i feriti. Lettere, diari e memorie dal fronte, scritti in ebraico, arabo e inglese, rivelano uomini e donne alle prese con la paura, la vergogna, l'orgoglio e la speranza. Alcuni descrivevano il terrore dei bombardamenti di artiglieria, il torpore dopo la morte di un compagno, il fugace senso di trionfo quando una città cadeva nel silenzio. Altri parlavano di piccoli gesti di compassione: una borraccia d'acqua condivisa, un nemico ferito a cui veniva somministrata la morfina, una sepoltura celebrata con silenzioso rispetto.
Quando la polvere si posò sui campi di battaglia, il mondo andò avanti, ma per coloro che sopravvissero, le cicatrici rimasero. Esse permangono nelle città divise, nelle storie sussurrate nelle tende dei rifugiati, nei ricordi dei soldati che hanno combattuto e delle famiglie che hanno pianto i loro cari. La Guerra dei Sei Giorni durò meno di una settimana, ma la sua eredità è diventata una costante nella vita mediorientale, un duro promemoria del fatto che in guerra la vittoria e la tragedia non sono mai lontane e il costo non si misura solo in termini di territorio, ma anche di vite umane cambiate per sempre.
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