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6 min readChapter 2MedievalEurope

Scintilla e epidemia

CAPITOLO 2: Scintilla e scoppio
L'alba del 13 settembre 1940 sorse sulle infinite pianure ocra del deserto occidentale e il silenzio fu infranto dall'avanzata stridente dei carri armati italiani. Dal confine libico, la Decima Armata italiana si riversò verso est in Egitto, con i motori che vomitavano fumo nero che si mescolava alla foschia mattutina. I carri armati, logori e sovraccarichi, tossivano e sbuffavano mentre avanzavano a scatti, i loro cingoli che laceravano la terra arida e secca. Per chilometri, il deserto vibrò per il rombo dei motori e le grida lontane degli ufficiali che incitavano i loro uomini ad avanzare. Mentre le colonne avanzavano, il vento caldo sferzava la sabbia negli occhi dei soldati sudati, irritando i volti e bruciando la pelle esposta. Le forze italiane, forti di quasi 150.000 uomini, avanzarono in territorio straniero, ma la loro avanzata era lenta, i camion dei rifornimenti impantanati dal carico eccessivo e dalla minaccia persistente di guasti meccanici.
Dietro la spavalderia dell'avanzata, l'ansia tormentava le file italiane. I camion delle munizioni si fermavano, le taniche d'acqua si svuotavano e il sole implacabile picchiava sugli uomini già indeboliti dalla sete e dalla stanchezza. Lungo la strada per Sidi Barrani, il deserto era disseminato dei detriti di un esercito in difficoltà: veicoli abbandonati con i radiatori scoppiati, casse di razioni rovesciate e i corpi di cavalli crollati sotto lo sforzo. Nubi di polvere si alzavano dietro ogni colonna, allungandosi in lontananza, visibili anche agli aerei da ricognizione britannici che volteggiavano in alto. Questi silenziosi osservatori trasmettevano rapporti critici al comando britannico: gli italiani stavano arrivando, ma le loro linee erano sottili e la loro determinazione mostrava già segni di cedimento.
Nei campi britannici, la tensione ribolliva sotto la superficie. Gli uomini sedevano in silenzio, pulendo i fucili, ascoltando il rombo lontano dell'artiglieria. L'aria era densa di aspettative, un misto di paura e cupa determinazione. Il generale Wavell, comprendendo la precarietà della posizione italiana, vide un'opportunità. Ordinò una risposta audace: l'operazione Compass. Nel dicembre 1940, mentre il vento ululava tra le dune e le notti fredde si insinuavano, la Western Desert Force, a corto di uomini, si preparava all'azione. I soldati si prepararono, controllando le loro scarse provviste e allacciandosi gli stivali, sapendo che nel deserto un solo errore poteva significare la morte, sia per un proiettile, sia per la sete, sia per il sole spietato.
Quando l'assalto ebbe inizio, esplose con una rapidità che stupì i difensori italiani. Sotto il bagliore di un sole implacabile, le truppe britanniche e del Commonwealth avanzarono, con le baionette luccicanti e i volti sporchi di sudore e sabbia. L'artiglieria ruggiva, tracciando archi infuocati nel cielo, mentre il sibilo dei mortai spingeva gli uomini a cercare riparo. I campi italiani, circondati da filo spinato e trincee scarsamente difese, esplosero nel caos. Il fumo si alzava dalle tende in fiamme, e l'odore acre si mescolava al sapore metallico del sangue. Gli uomini barcollavano nella nebbia, alcuni stringendo le ferite, altri lasciando cadere le armi in segno di resa. Il terreno era ridotto a fango dal calpestio degli stivali e dai cingoli dei veicoli Bren, disseminato di bossoli, casse scheggiate e corpi senza vita di coloro che erano stati travolti dall'assalto.
In quelle ore frenetiche si svolsero storie individuali di orrore e sopravvivenza. I medici strisciavano nella polvere, medicando le ferite mentre i proiettili fischiavano sopra le loro teste. Uno di loro fu visto trascinare un compagno ferito in un luogo sicuro, con la propria uniforme intrisa di sangue e sabbia. Un altro, perso nella confusione, si imbatté in un convoglio di camion in fiamme, il calore gli bruciava il viso mentre cercava i sopravvissuti. Nel caos, la paura era una compagna costante, ma lo era anche un senso di determinazione condivisa: la determinazione a sopravvivere, ad andare avanti, a vedere il prossimo sorgere del sole.
Mentre le forze britanniche avanzavano, conquistarono una posizione italiana dopo l'altra. A Bardia, migliaia di prigionieri furono radunati dietro il filo spinato, i volti scavati dallo shock e dall'incredulità. Il porto era una scena di devastazione: banchine distrutte che si protendevano in un porto ricoperto di petrolio, cadaveri accasciati contro muri crollati e il ronzio costante delle mosche. A Beda Fomm, il culmine della campagna, una colonna italiana disperata tentò la fuga, solo per essere tagliata fuori e decimata. I sopravvissuti sedevano sulla sabbia, a testa china, fissando con sguardo assente i corpi dei loro compagni e i mezzi distrutti che li avevano traditi.
Per i civili della Cirenaica, la guerra svelò nuovi orrori. I villaggi che un tempo risuonavano delle risate dei bambini ora risuonavano del rombo delle bombe e delle grida dei feriti. Il fumo si alzava dalle case in fiamme e greggi di capre si disperdevano davanti all'avanzata dei blindati. Di notte, le famiglie si rannicchiavano nelle cantine, stringendo tra le braccia i loro magri bagagli - fotografie, una pagnotta di pane, un bollitore malconcio - nel disperato tentativo di aggrapparsi a qualche frammento di vita normale in mezzo alla devastazione. Le voci di atrocità si diffondevano di villaggio in villaggio: uomini rastrellati perché sospettati di collaborazionismo, esecuzioni sommarie e rappresaglie che lasciavano intere comunità distrutte. Il costo in termini di vite umane era immediato e spietato.
Mentre la posizione italiana crollava con sorprendente rapidità, gli ufficiali britannici avanzavano, con un entusiasmo temperato da una crescente preoccupazione. Le loro linee di rifornimento si allungavano ad ogni chilometro, vulnerabili alle imboscate italiane e alla minaccia sempre presente del deserto stesso. I camion si guastavano a dozzine; il carburante e l'acqua scarseggiavano. A Tobruk, gli ingegneri lavoravano febbrilmente per riparare il porto danneggiato, scaricando rifornimenti vitali sotto la minaccia di improvvisi raid aerei. Il paesaggio stesso sembrava cospirare contro i vivi: tempeste di sabbia accecavano i convogli, scorpioni si insinuavano negli stivali e il sole implacabile mieteva più vittime dei proiettili nemici.
Il senso di trionfo era offuscato dalla stanchezza e dalla perdita. Gli uomini cadevano vittime di dissenteria, colpi di calore e sfinimento. Le tombe punteggiavano il deserto, contrassegnate da rozze croci assemblate con calci di fucili e pezzi di legno. Le lettere inviate a casa, scritte con mano tremante, parlavano di paura, dolore e desiderio di pace. Eppure, lo slancio britannico sembrava inarrestabile. Nel febbraio 1941, la Decima Armata italiana era stata annientata come forza combattente. I vincitori, malconci ma non sconfitti, si fermarono per riorganizzarsi, ignari che la loro sfida più grande doveva ancora arrivare.
Al calar della sera, nuovi pericoli balenarono all'orizzonte. I convogli di rifornimenti britannici furono attaccati da veloci aerei che volavano a bassa quota, con insegne inequivocabilmente tedesche. Tra le file si diffuse il mormorio di un nuovo formidabile avversario, di colonne corazzate che si stavano radunando a Tripoli. Mentre l'ombra dell'Afrika Korps si allungava sulle città martoriate della costa libica, la posta in gioco del conflitto aumentava. La guerra nel deserto, già brutale, stava per diventare ancora più sanguinosa, mentre un nuovo capitolo della campagna nordafricana cominciava a svolgersi.